left, n. 38, 21 settembre 2018

Il socialismo liberale, un faro nel buio del ‘900
Manca a sinistra una cultura politica all’altezza dei problemi odierni. Senza un’idea di benessere umano da perseguire oltre i bisogni di base, la sinistra non potrà mai ricostruirsi
di Andrea Ventura

Dal New Labour di Blair ai democratici di Bill Clinton, dalla sinistra francese alla socialdemocrazia tedesca e al Pd, in tutto l’Occidente le forze storiche della sinistra hanno scelto di essere parte di quel progetto neoliberista che ha dominato negli ultimi quarant’anni, rimanendo travolte dalla sua crisi. Se punti di resistenza si intravedono, questi nascono da forze non compromesse con quel progetto di società. Manca però l’elemento essenziale per una vera inversione di tendenza: una cultura politica che sia all’altezza dei problemi odierni. In questo quadro, estremamente utile risulta il breve saggio del filosofo politico francese Serge Audier, Il socialismo liberale, Mimesis 2017, che ha il pregio di tracciare una nettissima distinzione tra due pensieri politici solo apparentemente affini: quello che ha guidato la svolta neoliberista della sinistra europea, e quello del socialismo liberale, che non ha mai fatto del capitalismo e del mercato il proprio punto di riferimento. All’interno di quest’ultimo, è significativo il riconoscimento da parte di Audier dell’importanza di autori italiani quali Rosselli, Calamandrei, Calogero, Capitini, Gobetti, Bobbio e tanti altri.

Carlo Rosselli fu tra i fondatori del movimento “Giustizia e libertà”, combatté in Spagna e fu assassinato nel 1937 in Francia, probabilmente su ordine di Mussolini. Nel suo testo del 1929 scritto al confino di Lipari, Socialismo liberale, Rosselli afferma la necessità di introdurre elementi di liberalismo nel pensiero socialista. Rosselli si richiama a principi fondamentali di civiltà quali la difesa dell’individuo, il diritto alla partecipazione politica, la democrazia, rifiutando non solo il fascismo, ma anche l’idea che il socialismo si possa realizzare senza assorbire appunto quegli elementi del pensiero liberale che garantiscono le libertà personali, politiche e di pensiero.

Vicini al socialismo liberale, autori di formazione schiettamente liberale come Gobetti, Calamandrei, Calogero e Capitini sostengono che senza la partecipazione alla vita politica delle masse popolari, e senza le idee di uguaglianza e di giustizia sociale di cui il socialismo (anche quello marxista) è portatore, i principi del liberalismo rimangono sterili. Anzi, a loro avviso, la vittoria del fascismo in Italia dimostra quanto le forze del movimento operaio siano essenziali affinché la democrazia possa essere salvaguardata e i principi liberali possano affermarsi a beneficio di tutta la società. Ricordiamo qui brevemente Gobetti, amico e collaboratore Gramsci all’Ordine Nuovo, morto giovanissimo nel 1926 a seguito delle percosse subite per un’aggressione fascista. Gobetti è di formazione liberale ma auspica un rinnovamento delle élitestramite il conflitto sociale: nel 1920 sostiene dunque gli operai di Torino che occupano le fabbriche e rivendicano il controllo dei processi produttivi. Notevole anche la figura di Calamandrei, insigne giurista, che critica ogni concezione della libertà ridotta alla libertà economica: a suo avviso la libertà e i diritti non sono tali se non comprendono quelli di partecipare alle scelte della comunità di cui si è parte. Abbiamo qui il superamento di ogni separazione tra diritti sociali e diritti politici: per Calamandrei, che fu tra gli autori della nostra Costituzione, essi sono una cosa sola.

Socialisti liberali e liberalsocialisti italiani fondano nel 1942 il Partito d’Azione, che fu molto attivo nella Resistenza. Sconfitto nelle elezioni del 1946, nel 1947 il partito si scioglie. L’ultimo politico di primo piano che si è riferito a quella tradizione fu il socialista Riccardo Lombardi, il quale riteneva che una volta soddisfatti i bisogni di base, lo sviluppo civile avrebbe dovuto investire la cultura, la qualità della vita, la socialità e il tempo libero: un’utopia rimasta tale anche a causa delle scelte suicide della sinistra neoliberista e del ritorno della povertà in questi anni di crisi. Eppure il doppio fallimento del liberalismo e del marxismo indica che molte delle tesi e delle preoccupazioni dei socialisti liberali hanno avuto conferma: il comunismo, nel tentativo di realizzare l’uguaglianza ha distrutto la libertà, mentre il liberalismo, riducendo la libertà a libertà economica, ha distrutto l’uguaglianza e svuotato la democrazia.

Il recupero della distinzione tra neoliberismo e socialismo liberale è utile come primo passo di una ricerca che indaghi a fondo sulle cause della crisi attuale.  Nel corso del Novecento, liberismo economico e marxismo, pur scontrandosi radicalmente, definivano ogni prospettiva di realizzazione umana ponendo al centro la produzione e il possesso dei mezzi materiali. Si riferivano ad un aspetto della vita umana, quello economico, che indubbiamente era pressante e che lo sviluppo industriale prometteva di alleviare. Eppure, il fatto oggi che il liberismo sia entrato in una profondissima crisi, e che il marxismo non riesca a intercettare quel profondo disagio che attraversa le nostre società, indica che siamo difronte ad un passaggio storico di notevole rilievo. L’enorme sviluppo delle forze produttive, infatti, consente ormai di porre direttamente al centro la realizzazione del benessere dell’individuo nella socialità. L’ingiustizia subita da chi soffre per la povertà, l’insicurezza e la mancanza di prospettive risulta intollerabile proprio per l’immensità dei mezzi materiali disponibili alla nostra specie e per gli ingiustificati privilegi di cui gode una fascia sempre più ristretta della popolazione. Oggi, almeno in Occidente, non si tratta di produrre sempre di più, ma di organizzare una società dove l’economia sia subordinata ad altre finalità sociali. Di qui l’interesse di autori che, su basi diverse da quelle poste dal marxismo e dal liberismo, cercavano di superare l’economicismo di entrambi senza cadere nell’idealismo e nella religione.

Proporsi il superamento della centralità dell’economia richiede però una ricerca del tutto nuova sulla socialità e sul benessere, ricerca che i socialisti liberali del secolo scorso non avevano gli strumenti per affrontare. La nuova socialità deve unire la difesa delle conquiste sociali messe a repentaglio dal neoliberismo, con la realizzazione delle esigenze, intendendo con esse affetti, sessualità, arte, tempo libero, partecipazione e qualità della vita anche sul luogo di lavoro. È necessario, a monte, il rifiuto di ogni pessimismo antropologico e di ogni semplicistica contrapposizione tra ciò che è “ragione”, e ciò che non è ragione, togliendo alla prima il dominio sull’identità umana. Piuttosto, la ragione e il calcolo razionale servono per il benessere materiale, ma se usati come criterio di condotta nei rapporti personali e nella socialità cancellano affetti e sensibilità, rendendo l’altro un oggetto da controllare, piegare e sfruttare ai fini dell’utilità pratica. I rapporti economici di sfruttamento sono strettamente connessi al dominio di quella ragione astratta che fonda le teorie del neoliberismo economico. Contro l’uomo economico che annulla ogni socialità, occorre lavorare per l’affermazione di un uomo che si realizzi pienamente come essere sociale: che al di là delle differenze di lingua, cultura, colore della pelle e religione, veda nell’altro un proprio simile e non un pericolo o una fonte di guadagno; che cerchi la propria realizzazione in un armonioso rapporto con i propri simili e non nel possesso di beni materiali; e che infine sia in grado di perseguire una nuova idea di libertà, fondata sulla partecipazione alla vita sociale, la quale si accresce piuttosto che ridursi all’aumento della libertà altrui. Senza una cultura politica interamente nuova, e senza un’idea di benessere umano da perseguire oltre quello legato al soddisfacimento dei bisogni di base, nessuna sinistra potrà mai ricostruirsi.

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